LA RIVOLUZIONE DEL 68
Diciamo subito con chiarezza che il ’68 è stato un episodio storico che ha investito, in maniere diverse, l’intero pianeta e che ha registrato differenze più o meno grandi da paese a paese. Soltanto per convenzione, perciò, possiamo astrarre dal fenomeno generale e parlare del caso italiano che pure presenta sue interessanti peculiarità. Intanto quell’anno è, in un certo senso, la chiusura del secondo dopoguerra con la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese in gran parte industriale con un intenso cambiamento nelle condizioni di vita della popolazione. Ma è anche l’inizio di una nuova fase della storia repubblicana che segna la crisi del centro-sinistra e dei partiti storici e avvia, come disse, con preveggente chiarezza, Aldo Moro, il declino dell’egemonia democristiana e l’avanzata dei partiti di sinistra guidati, pur tra contraddizioni evidenti, dal partito comunista italiano. E’ un momento di crisi della società tradizionale che vede gli studenti universitari (o meglio la parte più attiva di essi), inalberare il vessillo di una rivolta diretta contro l’autoritarismo delle istituzioni accademiche e pubbliche in generale, a favore della libertà degli studenti sui piani di studio previsti dall’ordinamento universitario. Il segnale viene dato dall’Istituto universitario delle Scienze Sociali di Trento e nell’anno successivo si estende a Milano, Torino e Roma (soprattutto nelle Facoltà di Architettura ma anche di Lettere e nei Magisteri) producendo documenti analoghi che si trovano in una preziosa antologia ristampata oggi dall’editore Laterza che l’aveva già pubblicata quarant’anni fa. I testi che sono alla base di quella rivolta sono di necessità eterogenei: si va dai saggi americani (come L’uomo a
una dimensione di Herbert Marcuse, professore di origine tedesca negli Stati Uniti, ai testi storici del marxismo e soprattutto del giovane Marx, precedenti al Manifesto dei comunisti. Ma i giovani pescano a piene mani nel patrimonio politico-culturale dei movimenti di Liberazione in America Latina come in Asia (ad esempio la “rivoluzione culturale” cinese) e altrove. E la lotta si articola, da una parte, contro le istituzioni accademiche e politiche con i loro logori e arretrati ordinamenti; dall’altra, nel mutamento dei costumi e delle abitudini di vita, dei rapporti tra le persone e tra i sessi, nella vita quotidiana. La rivoluzione - potremmo dire - riesce quasi del tutto per la seconda serie di obbiettivi del Movimento. L’istituto fondamentale della famiglia cattolica, prevalente nella società italiana, entra in crisi e nel periodo successivo a quell’anno produce una realtà quasi irriconoscibile. Le donne, pur tra ostacoli e vischiosità che non si possono ignorare, fanno un primo, essenziale passo avanti e così la fanno le nuove generazioni che, in precedenza, erano legate alla visione della vita e alla mentalità degli anziani e dei genitori. L’Italia in dieci anni compie un cambiamento radicale che trasforma il paese dal punto di vista dell’economia come delle dinamiche essenziali della società. Ma lo stesso non si può dire degli obbiettivi più direttamente politici del Movimento studentesco. Intanto una parte del Movimento decide di volgersi alle fabbriche operaie e di condurre una lotta quotidiana insieme con gli operai contro l’ordine capitalistico e imprenditoriale. Una lotta destinata a vittorie importanti nei primi anni ma poi a impantanarsi nella complessa crisi politica repubblicana che porta prima al tentativo di compromesso storico, poi allo sviluppo dei terrorismi fino al trauma finale del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, dieci anni dopo nel 1978. Inoltre, in Italia, a differenza di quello che accade in Francia e negli Stati Uniti, le classi dirigenti non riescono a presentare risposte riformatrici né in campo scolastico e universitario né in quello più squisitamente politico. E si torna indietro piuttosto che andare avanti nel senso di riforme modernizzatici del sistema nazionale. E da questi aspetti contraddittori nasce l’esito parzialmente fallimentare del ’68 nel nostro paese. Ma quell’anno resta memorabile per la nascita e l’espandersi di culture giovanili che si ribellano all’ordine costituito e vogliono diventare protagoniste del tempo nuovo. “Viviamo in una società impossibile - si legge in un foglio volante di quell’anno - una società che, giorno per giorno, diventa sempre più crudele, costringendoci a vivere una vita squallida e monotona, basata sull’ipocrisia reciproca. Tra i molti mali che affliggono la nostra società ve ne sono alcuni determinanti: le ingiustizie sociali, l’ignoranza, la religione, la repressione sessuale, la smania di voler costruire per poi distruggere (nelle guerre). Noi giovani siamo le prime vittime di questo sistema di vita: la società ci considera inferiori e vuole plasmarci secondo le sue regole e i suoi principi. Se ci ribelliamo a questo suo fine, ci disprezza e ci bandisce chiamandoci teppisti o asociali, ci insulta se portiamo i capelli lunghi, ride se agiamo diversamente ma teme una nostra unione completa, un’unione che trasformi i giovani in una forza operante contro il comune nemico: la società borghese con le sue istituzioni”. Il passaggio epocale è quello da un generico anticonformismo alla forma compatta della contestazione dell’autorità e dell’ordine costituito. La rivista “Mondo beat” rappresentò, per molti aspetti, la sede privilegiata di articoli e prese di posizione del movimento giovanile studentesco che assunse la guida del movimento di contestazione nelle università, negli uffici e in molti luoghi di lavoro. “…Siamo accusati di pacifismo generico - si scrive in quelle pagine - perché siamo contro l’aggressione americana nel Vietnam, ma siamo anche contro l’aggressione sovietica in Ungheria, perché siamo anche contro l’aggressione cinese nel Tibet…. Il nostro atteggiamento riguarda e interessa ogni aggressione, da qualsiasi parte provenga, perché la priorità dell’ideologia, comunque assiomatizzata, sulla vita degli uomini, porta diritto ad Auschwitz, e alla Siberia, al Vietnam e a Budapest.” Da questa prima posizione generale si passò, a mano a mano che si formava il movimento, alla critica della scuola e dei saperi che coincideva peraltro con il compiersi di un processo di massificazione della scuola e dell’università che si realizzava proprio in quegli anni. Nel 1960-61 gli studenti delle scuole superiori erano 741.502 ma alla fine del decennio, nell’anno 1970-71 gli iscritti erano 1.732.178. Così all’Università tra il 1960-61 e il 1969-70 gli studenti passarono da 268 mila a 642mila, crescendo del 70 per cento nel successivo quinquennio. Proprio da questa differenza di fondo tra effetti sicuri nella dinamica sociale, culturale ed economica, cui non segue né una riforma pur necessaria del sistema politico e istituzionale né un pacchetto di risposte riformatrici per l’assetto del paese che si forma un senso di attesa e di frustrazione dei giovani rispetto al loro tentativo rivoluzionario. E questo stato d’animo favorisce nei primi anni settanta da una parte il cosiddetto riflusso o ritorno alla vita privata o ancora alla ricerca esistenziale in Oriente e dall’altra, per una piccola parte di loro, il tuffo nella politica ma non nei partiti storici e tradizionali bensì in movimenti e gruppi politici che si collocano a sinistra dello schieramento costituzionale e che formano la cosiddetta “sinistra extraparlamentare” destinata a ripetute sconfitte elettorali ma base politica, almeno in parte, dei successivi gruppi terroristici che si formano proprio in quegli anni e che portano, alla metà del decennio, alla crisi della repubblica e al dilagare degli omicidi politici che culmina con l’affare Moro. Dobbiamo dunque dire, a quaranta anni dal 1968, che il movimento studentesco, nelle sue varie articolazioni e diramazioni, riuscì a modificare il volto della società italiana nella sua vita quotidiana, nei comportamenti culturali e sociali, nella medesima struttura economica di un paese divenuto potenza industriale, pur con le sue contraddizioni, ma si trovò di fronte al rifiuto e alla impermeabilità della società politica e delle classi dirigenti di cambiare il proprio assetto e all’incapacità della sinistra, a cominciare dal partito comunista, di elaborare da parte sua alternative riformatrici. Del resto, quel partito era allora profondamente legato al comunismo sovietico e al sogno del socialismo universale anche se la “via italiana” premeva per una crescente autonomia da Mosca. E in questa differenza tra l’esito socio-culturale ed economico e quello politico-istituzionale che sta il destino contraddittorio di quell’anno fondamentale della storia repubblicana.
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